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Maryam Mirzakhani, la pensatrice lenta: un genio assoluto

Maryam Mirzakhani, la pensatrice lenta: un genio assoluto

Maryam Mirzakhani, la pensatrice lenta: un genio assoluto
luglio 17
07:05 2017

Un genio a bassa velocità, una “pensatrice lenta”. Maryam Mirzakhani era una delle scienziate più sbalorditive dei nostri tempi, famosa perché nel 2014 fu la prima donna nella storiaa vincere la Fields Medal, l’equivalente del Nobel per la matematica, scrive Viviana Mazza sul “Corriere della Sera”. Quattro anni fa le era stato diagnosticato un cancro al seno. Si è spenta il 14 luglio in California, all’età di 40 anni. «La sua scomparsa – osserva il “Corriere” – unisce nel dolore due nazioni, l’Iran e gli Stati Uniti, spesso divise dalla politica. Mirzakhani apparteneva a entrambe, entrambe l’hanno resa la donna che era». I mediadi Stato della Repubblica Islamica la piangono ritraendola con un foulard (photoshoppato), mentre le femministe ricordano che non portava l’hijab sui capelli cortissimi ed era sposata con un non musulmano. «Da piccola sognava di fare la scrittrice, ed è stata la fantasia a guidare il suo destino», permettendole di fare cose prima impensabili per una donna. «Non penso che tutti dovrebbero diventare matematici», ha detto, in una recente intervista. «Alle medie, andavo male in matematica. Se non ne sei entusiasta può sembrare una materia fredda. La bellezza della matematica si mostra solo ai più pazienti».
«Si è spenta una luce. Un genio? Sì, ma anche una madre, una figlia e una moglie», è il saluto dell’amico Firouz Naderi, scienziato della Nasa. La vita di Maryam Mirzakhani scorre parallela a quella dell’Iran rivoluzionario: nata a Teheran nel 1977, completa le elementari alla fine della durissima guerraIran-Iraq. Alle superiori, lei e la sua amica Roya furono le prime ragazze in Iran a partecipare alle Olimpiadi internazionali di matematica grazie all’aiuto della preside: così, nel 1994, la 17enne Maryam vinse la medaglia d’oro, racconta il “Corriere”. Dopo la laurea si trasferì a Harvard, completò il dottorato con una tesi sulla geometria delle superfici iperboliche, poi andò a insegnare a Princeton e quindi a Stanford. I suoi campi di studio includevano la teoria ergodica e la geometria simplettica, settori molto astratti della matematica pura. «Per concentrarsi amava scarabocchiare la stessa figura all’infinito, tanto che la figlia Anahita la credeva una pittrice». Aggiunge Viviana Mazza: «Mirzakhani si definiva una pensatrice lenta. Gravitava intorno ai problemi più profondi». Il marito Jan Vondrak, anche lui matematico, raccontava che una volta, da fidanzati, andarono a correre. «Io ero in forma, lei gracile. Così all’inizio io ero in testa. Ma un’ora dopo mi ero fermato. Lei invece continuava a correre, alla stessa velocità».
Una carriera fulminante. «Galeotto fu il fratello più grande: aveva l’abitudine di raccontarle ciò che imparava a scuola, accendendole la curiosità per le materie scientifiche», scrive Rosita Rijtano su “Repubblica”. Il primo ricordo fatto di cifre? La storiadi un bimbo tanto prodigioso quanto turbolento: Carl Friedrich Gauss, poi diventato il “principe dei matematici”. Per punizione, il maestro gli aveva chiesto di risolvere un problema: fare la somma di tutti i numeri da uno a cento. La storianarra che ci sia riuscito in pochi minuti, adottando una soluzione brillante, che ha “affascinato” la piccola Maryam. Ma cruciale, per le scelte del futuro, è stato l’ultimo anno di liceo: «Più tempo trascorrevo sulla matematica e più ne diventavo appassionata», ha raccontato Mirzakhani in un’intervista al “Guardian”. A soli 17 anni ha vinto la medaglia d’oro “olimpica” a Hong Kong, e da lì è stata una continua escalation. Dopo la laurea a Teheran, continua “Repubblica”, il dottorato ad Harvard con una tesi sui cammini chiusi sulle superfici in geometria iperbolica, considerata da molti colleghi “spettacolare”.
Anche Rosita Rijtano sottolinea il carattere della Mirzakhani: «Amava definirsi una “pensatrice lenta”. Forse proprio questa sua qualità, di soffermarsi sulle questioni un po’ più a lungo, le ha permesso di concentrarsi su problemi che riguardano le strutture geometriche sulle superfici e il modo in cui si deformano». Viaggi nel mondo della matematica che descriveva come «lunghe escursioni, senza un sentiero tracciato né un traguardo visibile». La meccanica invisibile della materia, esplorata dalla matematica. Nel 2014, la medaglia Fields per “i suoi contributi alla dinamica e alla geometria delle superfici di Riemann e dei loro spazi di moduli”. Le è stata consegnata nella capitale della Corea del Sud, Seoul, durante il ventisettesimo Congresso internazionale dei matematici che si tiene ogni quattro anni. «Quel giorno Mirzakhani ha rotto un tabù, dato che il premio non era mai finito tra le mani di una donna da quando la medaglia è stata assegnata per la prima volta: nel lontano 1936». Il commento di Frances Kirwan, dell’università di Oxford, membro della giuria: «Spero che questo riconoscimento sia d’ispirazione per sempre più giovani ragazze».
Prima di entrare a Harvard, ha raccontato in un’intervista, aveva studiato soprattutto topologia combinatoria e algebra. «L’analisi complessa mi era sempre piaciuta, ma non ne sapevo molto». Ha dovuto imparare molti argomenti che negli Stati Uniti uno studente universitario conosce già. «Ho cominciato frequentando il seminario informale organizzato da Curt McMullen, e la maggior parte del tempo non capivo una parola di quello che dicevano. Ero affascinata dal modo semplice ed elegante di parlare di McMullen, perciò ho cominciato a fargli tante domande, a ragionare, discutere». Le sue ricerche? «La maggior parte dei problemi su cui lavoro – ha spiegato – è collegata a strutture geometriche su superfici e le loro deformazioni. In particolare mi interessa studiare le superfici iperboliche. Soprattutto trovo affascinante poter guardare allo stesso problema da diversi punti di vista, e affrontarlo usando metodi differenti». L’aspetto più gratificante? «Il momento in cui provi l’eccitazione della scoperta, il piacere di capire qualcosa di nuovo, la sensazione di essere arrivati in cima a una montagna e avere la visuale sgombra. Ma la maggior parte del tempo per me fare matematica è come una lunga escursione senza sentiero tracciato e senza una destinazione visibile». Ancora: «Io sono una che pensa lentamente, e ho bisogno di tempo prima di fare passi avanti». Lentezza e flessibilità: in matematica «ognuno ha il suo stile, e una cosa che funziona per una certa persona magari non funziona così bene per altre».

Un genio a bassa velocità, una “pensatrice lenta”. Maryam Mirzakhani era una delle scienziate più sbalorditive dei nostri tempi, famosa perché nel 2014 fu la prima donna nella storia a vincere la Fields Medal, l’equivalente del Nobel per la matematica, scrive Viviana Mazza sul “Corriere della Sera”. Quattro anni fa le era stato diagnosticato un cancro al seno. Si è spenta il 14 luglio in California, all’età di 40 anni. «La sua scomparsa – osserva il “Corriere” – unisce nel dolore due nazioni, l’Iran e gli Stati Uniti, spesso divise dalla politica. Mirzakhani apparteneva a entrambe, entrambe l’hanno resa la donna che era». I media di Stato della Repubblica Islamica la piangono ritraendola con un foulard (photoshoppato), mentre le femministe ricordano che non portava l’hijab sui capelli cortissimi ed era sposata con un non musulmano. «Da piccola sognava di fare la scrittrice, ed è stata la fantasia a guidare il suo destino», permettendole di fare cose prima impensabili per una donna. «Non penso che tutti dovrebbero diventare matematici», ha detto, in una recente intervista. «Alle medie, andavo male in matematica. Se non ne sei entusiasta può sembrare una materia fredda. La bellezza della matematica si mostra solo ai più pazienti».

«Si è spenta una luce. Un genio? Sì, ma anche una madre, una figlia e una moglie», è il saluto dell’amico Firouz Naderi, scienziato della Nasa. La vita di Maryam Mirzakhani scorre parallela a quella dell’Iran rivoluzionario: nata a

Teheran nel 1977, completa le elementari alla fine della durissima guerraIran-Iraq. Alle superiori, lei e la sua amica Roya furono le prime ragazze in Iran a partecipare alle Olimpiadi internazionali di matematica grazie all’aiuto della preside: così, nel 1994, la 17enne Maryam vinse la medaglia d’oro, racconta il “Corriere”. Dopo la laurea si trasferì a Harvard, completò il dottorato con una tesi sulla geometria delle superfici iperboliche, poi andò a insegnare a Princeton e quindi a Stanford. I suoi campi di studio includevano la teoria ergodica e la geometria simplettica, settori molto astratti della matematica pura. «Per concentrarsi amava scarabocchiare la stessa figura all’infinito, tanto che la figlia Anahita la credeva una pittrice». Aggiunge Viviana Mazza: «Mirzakhani si definiva una pensatrice lenta. Gravitava intorno ai problemi più profondi». Il marito Jan Vondrak, anche lui matematico, raccontava che una volta, da fidanzati, andarono a correre. «Io ero in forma, lei gracile. Così all’inizio io ero in testa. Ma un’ora dopo mi ero fermato. Lei invece continuava a correre, alla stessa velocità».

Una carriera fulminante. «Galeotto fu il fratello più grande: aveva l’abitudine di raccontarle ciò che imparava a scuola, accendendole la curiosità per le materie scientifiche», scrive Rosita Rijtano su “Repubblica”. Il primo ricordo fatto di cifre? La storia di un bimbo tanto prodigioso quanto turbolento: Carl Friedrich Gauss, poi diventato il “principe dei matematici”. Per punizione, il maestro gli aveva chiesto di risolvere un problema: fare la somma di tutti i numeri da uno a cento. La storia narra che ci sia riuscito in pochi minuti, adottando una soluzione brillante, che ha “affascinato” la piccola Maryam. Ma cruciale, per le scelte del futuro, è stato l’ultimo anno di liceo: «Più

tempo trascorrevo sulla matematica e più ne diventavo appassionata», Maryam alla lavagnaha raccontato Mirzakhani in un’intervista al “Guardian”. A soli 17 anni ha vinto la medaglia d’oro “olimpica” a Hong Kong, e da lì è stata una continua escalation. Dopo la laurea a Teheran, continua “Repubblica”, il dottorato ad Harvard con una tesi sui cammini chiusi sulle superfici in geometria iperbolica, considerata da molti colleghi “spettacolare”.

Anche Rosita Rijtano sottolinea il carattere della Mirzakhani: «Amava definirsi una “pensatrice lenta”. Forse proprio questa sua qualità, di soffermarsi sulle questioni un po’ più a lungo, le ha permesso di concentrarsi su problemi che riguardano le strutture geometriche sulle superfici e il modo in cui si deformano». Viaggi nel mondo della matematica che descriveva come «lunghe escursioni, senza un sentiero tracciato né un traguardo visibile». La meccanica invisibile della materia, esplorata dalla matematica. Nel 2014, la medaglia Fields per “i suoi contributi alla dinamica e alla geometria delle superfici di Riemann e dei loro spazi di moduli”. Le è stata consegnata nella capitale della Corea del Sud, Seoul, durante il ventisettesimo Congresso internazionale dei matematici che si tiene ogni quattro anni. «Quel giorno Mirzakhani ha rotto un tabù, dato che il premio non era mai finito tra le mani di una donna da quando la medaglia è stata assegnata per la prima Mirzakhanivolta: nel lontano 1936». Il commento di Frances Kirwan, dell’università di Oxford, membro della giuria: «Spero che questo riconoscimento sia d’ispirazione per sempre più giovani ragazze».

Prima di entrare a Harvard, ha raccontato in un’intervista, aveva studiato soprattutto topologia combinatoria e algebra. «L’analisi complessa mi era sempre piaciuta, ma non ne sapevo molto». Ha dovuto imparare molti argomenti che negli Stati Uniti uno studente universitario conosce già. «Ho cominciato frequentando il seminario informale organizzato da Curt McMullen, e la maggior parte del tempo non capivo una parola di quello che dicevano. Ero affascinata dal modo semplice ed elegante di parlare di McMullen, perciò ho cominciato a fargli tante domande, a ragionare, discutere». Le sue ricerche? «La maggior parte dei problemi su cui lavoro – ha spiegato – è collegata a strutture geometriche su superfici e le loro deformazioni. In particolare mi interessa studiare le superfici iperboliche. Soprattutto trovo affascinante poter guardare allo stesso problema da diversi punti di vista, e affrontarlo usando metodi differenti». L’aspetto più gratificante? «Il momento in cui provi l’eccitazione della scoperta, il piacere di capire qualcosa di nuovo, la sensazione di essere arrivati in cima a una montagna e avere la visuale sgombra. Ma la maggior parte del tempo per me fare matematica è come una lunga escursione senza sentiero tracciato e senza una destinazione visibile». Ancora: «Io sono una che pensa lentamente, e ho bisogno di tempo prima di fare passi avanti». Lentezza e flessibilità: in matematica «ognuno ha il suo stile, e una cosa che funziona per una certa persona magari non funziona così bene per altre».

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